Due governi e un pugile alle corde. (Maurizio Cotta 8 agosto 2019)

Dopo il voto al Senato sulle mozioni TAV l’immagine dell’esecutivo è oggi quella di due governi (il governo Lega e il governo tecnico) e di un pugile messo alle corde (il governo Cinquestelle).

All’inizio di questo blog avevo definito l’esecutivo nato dalle elezioni del 2018 un governo triplice: il governo Cinquestelle, il governo Lega e il governo tecnico-istituzionale (appoggiato dal Presidente della Repubblica). Avevo anche sottolineato come questa bestia a tre teste mancasse di una forza capace di operare una sintesi positiva. Nell’anno circa che è passato abbiamo assistito ai tentativi dei tre governi di far valere le proprie ragioni. All’inizio è sembrato che i due governi politici potessero spartirsi le spoglie (reddito di cittadinanza per i Cinquestelle, Quota 100 nelle pensioni per la Lega) a spese del governo tecnico (e del deficit di bilancio). Ma presto il governo tecnico (rappresentato dal ministro delle Finanze Tria e in parte dal Presidente del Consiglio) ha potuto rifarsi grazie al peso del quarto incomodo, il “governo europeo”, che da Bruxelles ha imposto la correzione della manovra di bilancio.
Progressivamente si è imposta invece la competizione tra i due governi politici per il consenso popolare e quindi per il predominio nella trazione politica del governo. Grazie alla spregiudicata capacità di Salvini di sfruttare tutte le paure degli Italiani sui temi dell’immigrazione e della sicurezza e alla manifesta incapacità dei Cinquestelle di trasformarsi da partito dei NO (buono per fare l’opposizione) a partito dei SI (per stare al governo) e al dilettantismo della loro classe politica, la competizione è volta progressivamente a favore della Lega. La netta vittoria è stata sancita dalle elezioni europee.
A questo punto che cosa poteva succedere? Una rottura del governo da parte di Salvini per andare ad elezioni e cercare di incassare il successo? Questa ipotesi veniva presto scartata (come già pronosticavo nel blog del 27 maggio 2019) probabilmente perché nuove elezioni avrebbero costretto Salvini a rientrare nell’alleanza di centro-destra con un Berlusconi indebolito ma forse ancora capace di condizionarlo, oppure ad affrontare le elezioni da solo contro tutti. Un rischio tropo grande in quel momento. Salvini sceglieva allora un’altra strada, quella di logorare ulteriormente l’altra gamba politica del governo per poi affrontare più avanti la gamba tecnica, che al momento non riusciva a contrastare per il saldarsi dell’asse Tria-Conte-Commissione europea.
Questi ultimi mesi hanno visto il dispiegarsi con pieno successo della strategia salviniana. I Cinquestelle sono stati costretti ad incassare sconfitta dopo sconfitta fino a quella politicamente più simbolica della TAV, mentre Salvini che li bullizzava sempre più esplicitamente cresceva ancora nell’opinione pubblica. L’azione della Lega ha potuto dispiegarsi pienamente perché i Cinquestelle temono letteralmente come la morte nuove elezioni (e in questo sono accompagnati dalle opposizioni il cui stato è a dir poco pietoso). In questi giorni abbiamo quindi visto un pugile (Di Maio) messo alle corde e con il naso sanguinante mentre l’altro pugile (Salvini) non gli dà tregua.
Però il gioco non è finito. Ora Salvini si rivolge contro l’altro governo rimasto in piedi, quello tecnico (nella persona di Tria). La partita però è più complessa perché qui ci sono due forze di ben altra caratura rispetto ai Cinquestelle, cioè il Presidente della Repubblica e l’Unione Europea e su entrambi i fronti Salvini non ha alleati. Ottenere la testa di Tria e quindi l’umiliazione del governo tecnico mi sembra oggi difficile e probabilmente Salvini si prepara ad un altro schema di gioco: presentarsi davanti agli italiani come la vittima a cui i tecnici dell’austerità (italiani ed europei insieme) impediscono di fare il bene del paese e come l’unico difensore degli interessi degli italiani.
Questa partita è però ad alto rischio perché metterebbe Salvini e la Lega da soli di fronte a tutti gli altri Come succede alle battaglie dalle quali può uscire un solo vincitore il suo esito non è quindi scontato; dipende anche dalle opposizioni se sapranno ritrovare una qualche coscienza della posta in gioco.