Tre cerchi di crisi

Tre cerchi di crisi. (11 Gennaio 2020)

Il 2020 si apre con note poco positive nei tre “cerchi” politici all’interno dei quali ci collochiamo: quello internazionale ampio, quello europeo e quello italiano. I tre cerchi sono distinti e hanno dinamiche proprie, ma anche interazioni e ricadute reciproche molto significative. A differenza di quello che fa normalmente la politica italiana cominciamo dal cerchio più ampio.
La vicenda cha ha aperto l’anno, l’uccisione del generale iraniano Soleimani e la catena di tensioni entro le quali si inserisce, ci segnala due temi fondamentali di questi anni. Il primo che l’arco geografico che dalla Libia va fino all’Iran e che avvolge a Sud ed Est l’Europa è un terreno politico minato, dove le crisi interne dei regimi si sommano a rapporti altamente conflittuali tra stati o cordate di stati, generando una continua successione di “esplosioni” politiche con alto potenziale di escalation. In questa area mancano (o addirittura sono venute meno) istituzioni di ordinamento internazionale o sovranazionale sufficientemente sviluppate e forti da poter incanalare i problemi e gli interessi verso composizioni pacifiche.
Il secondo tema che si manifesta con forza anche in questa area, ma che ha una dimensione ben più vasta, è quello della “ritirata” della prima potenza mondiale, gli Stati Uniti, dal ruolo di creatore e custode dell’ordine internazionale. Questa ritirata si manifesta attraverso un crescente unilateralismo ed “egoismo” (America first) nell’azione internazionale. Nell’area mediorientale questo orientamento porta gli Stati Uniti ad una presenza ondivaga che oscilla tra il desiderio di abbandonare alla loro sorte questi paesi (con l’eccezione di Israele per i suoi legami strettissimi con la politica interna americana) e un interventismo estremo ma saltuario. In un mondo che si è rivelato non riconducibile entro un globale “ordine americano”, come era sembrato alla portata dopo il crollo dell’Unione sovietica, gli Stati Uniti sembrano voler ripiegarsi su se stessi contando su una propria autosufficienza, salvo dover di tanto in tanto intervenire all’esterno e colpire con la forza preminente di cui ancora dispongono quando una crisi sembra minacciare più direttamente i loro interessi vitali. Ma si tratta prevalentemente di interventi deterrenti o punitivi portati dal di fuori e “dall’alto” (i droni ne sono l’emblema) e scarsamente orientati a cercare di costruire un ordine necessariamente multilaterale e con una presenza sul terreno. Nello spazio da loro lasciato altri attori (come la Russia, la Turchia, l’Iran, l’Arabia saudita) lavorano, ciascuno con un proprio disegno, a costruire ordini regionali (per lo più ispirati a principi autoritari ed escludenti) basati sulla forza nel terreno.
L’Europa con l’Unione Europea rappresenta il secondo cerchio di crisi. Questa affermazione sembrerebbe a prima vista contraddetta dal fatto che la UE ritiene di essere uscita dal cono d’ombra della sua lunga crisi economica e finanziaria. Anche la crisi migratoria sembra aver superato la fase critica e l’attacco dei partiti sovranisti pare essersi infranto nelle ultime elezioni europee contro la resistenza dei partiti dell’establishment pro-europeo. In realtà il quadro è meno roseo di quanto sembri. In questo periodo la capacità di governo delle crisi dell’Unione europea e delle sue autorità sopranazionali (con l’eccezione della BCE) non si è veramente rafforzata. Di fronte alle crisi finanziaria e di immigrazione l’Unione ha dovuto far ricorso alla cooperazione tra stati (vedi il Meccanismo europeo di stabilità o le redistribuzioni volontarie di migranti) piuttosto che ad un aumento della propria capacità di spesa e di intervento, sistematicamente rifiutato dagli stati membri. In questo quadro le spinte centrifughe tra “regioni” dell’Europa (Nord/Sud; Est/Ovest) sono ampiamente attive e non mostrano segno di ridursi. D’altro canto il sostegno dell’opinione pubblica per l’impresa europea resta timido. Non si può quindi essere tranquilli sulla capacità della Unione di reagire prontamente ad un riacutizzarsi delle crisi, per non parlare della sua capacità di imprimere un maggiore dinamismo alla sua economia (e demografia).
I limiti di questa Europa si sono manifestati in maniera eclatante sulla scena internazionale e nell’area di crisi libica e mediorientale. Nell’assenza di azione europea (o in presenza di un interventismo scoordinato e a volte addirittura competitivo di singoli stati) si sono aperti spazi preoccupanti per potenze vicine e concorrenti. In un momento in cui è sempre meno disponibile il vecchio ombrello americano, che per decenni aveva consentito ai paesi europei un sostanziale free ride in materia di sicurezza, l’Unione Europea si trova di fronte ad un dilemma esistenziale di cui stenta a prendere seriamente coscienza. Può sostenersi nelle condizioni attuali del mondo un così grande mercato (ma anche una società civile sviluppata) senza una vera Unione politica che ponga in capo alle istituzioni sovranazionali poteri di politica estera, di difesa e risorse di bilancio non risibili come quelli attuali? Non si vuol qui dire che una mutazione del genere – da mercato a comunità politica – sia facile, ma si può fare a meno di porla seriamente e permanentemente al centro del dibattito politico?
E veniamo al terzo cerchio di crisi, quello che riguarda il “Bel Paese”. Qui è persino troppo facile mettere in evidenza la crisi profonda del sistema politico e statale. Implose le forze politiche storiche (DC, PSI, PCI ..) che avevano condotto/accompagnato (pur con tutti i suoi problemi e difetti) la straordinaria ricostruzione italiana dopo la seconda guerra mondiale, le due forze politiche a loro succedute, Forza Italia e PD, con il loro rissoso bipolarismo hanno rapidamente mostrato l’incapacità di pensare seriamente ai problemi dello sviluppo dell’Italia come paese avanzato e di affrontare i nodi critici di questo sviluppo in chiave bipartisan. Il loro posto è stato preso dalle forze populiste e anti establishment di Cinque Stelle e Lega, capaci di eccitare la pancia del paese colpito da una lunga crisi, ma del tutto incapaci di fornire risposte degne di questo nome alla stagnazione e al declino del paese. Sempre più l’Italia appare come il malato dell’Europa, ma che l’Europa non contribuisce a curare.
Le tre crisi al momento si alimentano reciprocamente. Come il declino e l’isolazionismo americano lasciano scoperta e incerta l’Europa su come collocarsi nel mondo di oggi, così la crisi dell’Europa incoraggia gli Stati Uniti a pensare solo a se stessi e li lascia senza un interlocutore “occidentale” capace di ingaggiarli in un serio impegno per l’ordine globale. E un’Europa che non riesce ad assumersi le sue responsabilità di governo della comunità continentale è di scarso aiuto ai suoi paesi membri in difficoltà come l’Italia, così un paese grande come l’Italia invece di contribuire ad una spinta integrazionista capace di andare oltre gli egoismi nazionali, diventa terreno di cultura di improbabili soluzioni sovraniste. Davanti a noi c’è dunque un panorama preoccupante in tutti e tre i cerchi indicati. E’ tempo di sviluppare uno spassionato e responsabile discorso di verità sulla serietà di queste crisi. Solo così si potranno pensare e attivare le difficili risposte che queste chiedono.